Settembre 27, 2008 by miriam.comito  
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La terra degli uomini rossi

I Guarani del Brasile stannos offrendo terribilmente per la perdita quasi totale delle loro terre, disboscate e usurpate da allevatori e coltivatori di tè a partire dalla fine dell’800. “Mato grosso” significa “foresta fitta”. Ma degli alberi non c’è più traccia. Negli ultimi decenni anche le poche terre che i Kaiowà cercavano disperatamente di conservare sono state dimezzate , oggi misurano meno di 25.000 ettari. Le loro comunità vivono ammassate in anguste riserve istituite dal governo ai margini delle città: piccoli appezamenti di terreno simili  a Bidonville , completamente circondati da ranch e piantagioni. Questi minuscoli fazzoletti di terra non sono sufficenti a sostentarli attraverso la caccia, la pesca e l’agricoltura tradizionali. I bambini,  soffrono quindi gravi forme di malnutrizione. Per sopravvivere, adulti e ragazzi sono costretti a cercare lavoro come manovalanza stagionale nelle piantagioni di canna da zucchero e nelle disstillerie di alcol che circondano i loro territori.

Da decenni il Brasile è uno dei più grandi produttori di biocombustibili al mondo, e la maggior parte delle sue automobili funzionano a etanolo. Oggi, il paese ambisce a diventarne il più grande esportatore con 26 miliardi di litri all’anno entro il 2010. La maggior parte della canna da zucchero, da cui si ricava l’etanolo, viene coltivata in quelle che un tempo erano le foreste dei Guarani. Nel solo stato del Mato Grosso esistono già 11 piantagioni ma altre 30 sono in costruzione e una quarantina in fase di progettazione.

Negli ultimi venti anni oltre 517 Guarani- Kaiowà si sono suicidati; molti erano ragazzi. Stanchi di aspettare l’intervento delle autorità, da alcuni anni le comunità hanno iniziato a rioccupare le loro terre (Retromada) sfidando le violente reazioni dei “fazendeiro” e dei loro sicari, assoldati per intimidire, picchiare, uccidere. Spesso i leader delle comunità che rioccupano i loro territori vengono uccisi brutalmente sotto gli occhi dei loro famigliari.

Fonte: Survival international

Marco Bechis nel suo film “La terra degli uomini rossi” presentato alla 65° edizione del Festival del cinema di Venezia, racconta il disagio provato dagli indio per la perdita incessante e progressiva delle loro terre, di cui erano leggitimi proprietari, la loro ribellione. Il regista italo-cileno riesce a rendere per immagini la contrapposizione tra i due mondi, diversi ma purtroppo vicini, in cui specialmente le generazioni più giovani provano la curiosità dell’altro.

Due dei nostri migliori attori Chiara Caselli (la fazendeira) e Claudio Santamaria (lo spaventapasseri) si sono prestati ad interpretare ruoli marginali, per lasciare la scena ai veri protagonisti del film i Guarani -Kaiowà.  Ed è proprio questo il valore aggiunto del film di Bechis, pone l’accento sugli indios per aiutarli a far conoscere nel mondo la loro  causa, e non li relega in secondo piano, per dare spzio agli attori professionisti.

Claudio Santamaria, in particolare ha dichiarato che con questo film si è reso conto di come il lavoro dell’attore può essere utile a porre in luce delle ingiustizie perpretrate a danno dei più deboli…più deboli ma nn arrendevoli!

Sono stata presente alla conferenza stampa tenuta a Milano il 4 settembre presso la Casa Morigi, e ho potuto constatare quale bellissimo legame claudio abbia instaurato con i Kaiowà, quanto s i sia integrato con loro e loro con lui e questo dimostra ancora una volta quanto Claudio sia avanti.

per info e aiuti, GUARANI SURVIVAL FUND:   www.guarani-survival.org

                                                     Miriam Comito

Colpo d’occhio con S.Rubini, R. Scamarcio, V.Puccini

Marzo 23, 2008 by miriam.comito  
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Colpo d'occhio, per la regia di Sergio Rubini, che, insieme a Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini ne è anche sceneggiatore, è uscito nelle sale il 20 marzo. E' un film ambientato nel mondo dell'arte, ma potrebbe essere  ambientato anche in un altro contesto. Il proposito di Rubini, è, infatti, quello di raccontare la storia di un rapporto di antagonismo tra un giovane, artista impulsivo e bisognoso di conferme e un uomo, razionale, un intellettuale con qualche anno in più, a cui sono stati tolti gli affetti più cari, e tra di loro una donna, oggetto del desiderio di entrambe con un carattere fragile e complicato.

Inizialmente il regista voleva ambientare il film nel mondo della musica, ma essendo Sergio Rubini una persona aperta al dialogo con gli attori che sceglie per i suoi film, ha ascoltato il parere di Riccardo Scamarcio, il quale avendo la madre pittrice ha pensato subito al mondo dell'arte.

Fin dalla prima scena i quattro protagonisti del film sono davanti alla macchina da presa: Gloria interpretata da Vittoria Puccini, giovane storica dell'arte in cerca del suo artista, Pietro Lulli,(Sergio Rubini) famosissimo critico d'arte, Adrian Scala (Riccardo Scamarcio) giovane scultore alla sua prima esibizione in una collettiva, e le opere di Gianni Dessì. Si perchè le opere di Adrian non sono una scenografia "finta" montata per il film, ma sono delle opere create all'uopo dall'artista Gianni Dessì, che ha fatto anche da curatore per l'esposizione delle opere stesse.

Adrian e Gloria dopo il primo incontro avvenuto in una galleria d'arte iniziano a frequentarsi e tra loro scoppia improvviso e passionale, l'amore, Gloria per Adrian diventa compagna, musa ispiratrice, nonchè agente. Adrian è pieno di energia creativa, nulla sembra ostacolare la felicità della giovane coppia, che decide addirittura di avere un bambino.

Pietro Lulli ex fidanzato di Gloria sembra aver accusato bene il colpo, tanto bene da interessarsi alle opere di Adrian.

Non tutto è quello che sembra, Gloria e Adrian sono solo dei burattini nelle mani di Lulli, che per vendicarsi di entrambe li disorienta li manipola fino a metterli l'uno contro l'altro.

Il film, è molto giocato e ovviamente non è un caso, sugli occhi, quelli di Gloria sono inquieti, febbricitanti,  preveggenti, rispecchiano l'ansia che pervade tutto il personaggio, molto brava la Puccini, nell'interpretazione. Quelli di Lulli tristi, consapevoli, duri, sarcastici,trionfanti, a seconda della fase del film. Quelli di Adrian, felici, nel momento d ell'innamoramento preoccupati, allucinati nell periodo dello smarrimento. Tutti e tre i personaggi è come se camminassero, anzi corressero sull'orlo di un precipizio, i dialoghi sono a volte più dolci a volte più aspri, ma sempre in tensione.

Senza assolutamente rivelare il finale voglio mettere in luce una scena ambientata  nell teatro di Ostia antica in cui Riccardo Scamarcio emerge da una sottopedana posta al centro del teatro come i gladiatori, infatti Adrian così come i gladiatori venivano costretti a combattere fino allo stremo delle forze dalle eminenze grigie dell'epoca, è anche lui portato controvoglia a combattere una battaglia più grande di lui.

Adrian per tutto il film scolpisce  solo materia bianca, tranne un'opera che ha un punto di rosso voluto necessariamente da Lulli, e lo stesso punto di rosso sul bianco che troveremo in un immagine grafica prima dei titoli di coda.

Il film è stato girato tra Roma, Berlino, Venezia (dentro un padiglione della Biennale), l'Abbruzzo, e Ostia antica.

Colpo d'occhio come ricorda Scamarcio narra i, rapporti tra l'artista che  vuole esprimere se stesso,  le sue poetiche e gli ostacoli a cui può andare incontro.

Riccardo Scamarcio per prepararsi al ruolo non facile di Adrian è stato a stretto contatto con Gianni Dessì, ha passato due settimane con lui nel suo studio artistico, prima dell'inizio del film, in questo periodo Dessì gli ha fornito preziose massime di arte per approfondire il suo personaggio, e poi ha lavorato materialmente con lui. Con il personaggio di Adrian il giovane attore pugliese si è definitivamente sdoganato dal clichèt di attore per le adolescenti, processo che aveva già ben avviato con l'interpretazione di Manrico, accanto allo strepitoso Elio Germano,  in Mio fratello è figlio unico di Luchetti.

Anche il rapporto di Vittoria Puccini con l'arte ha radici lontane il padre di Vittoria, è stato Sovraintendente ai beni artistici di Firenze, e l'attrice stessa è una assidua frequentatrice di mostre d'arte.

Un film ben congeniato da Rubini un noir in crescendo, una storia dove anche se c'è un cattivo, non è detto che lo spettatore sia dalla parte dei buoni.

"Insolita" la canzone che si sente mentre scorrono i titoli di coda è cantata da Le vibrazioni

                                       Miriam Còmito

Fine pena mai un film con Claudio Santamaria e Valentina Cervi

Marzo 20, 2008 by miriam.comito  
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Le aurore però…le aurore erano bellissime. Altro che aurora boreale! Ancora me ne ricordo una di aurora lisergica, coloratissima giù a Leuca, con il sole che si desta dal gran lenzuolo salato e scintillante, per farsi lentamente trottola di luce. Una trottola gigantesca e avvolgente di una tale bellezza da farti esclamare:"o voi che siete in piccioletta barca…" con quel che segue.

Antonio Perrone

Io che con la mia trasgressione avrei voluto soprattutto innalzare un monumento all'ozio quale ribellione al mito del cottimo e della competizione ero ormai dentro fino al collo in una dimensione competitiva totale, folle, bestiale, in piena competizione per la sopravvivenza.

Antonio Perrone

Fine pena mai uscito nelle sale iil 29 febbraio è un film di Davide Barletti e Lorenzo Conte, liberamente tratto dal libro di Antonio Perrone Vista d'interni diario di carcere, di "scuri" di seghe, di trip e di sventure.

Questo film ha avuto una lunga gestazione: quattro anni. era, infatti, il dicembre del 2003 quando i due registi durante una fiera dell'editoria a Lecce si imbatterono nel libro scritto da Perrone durante il suo periodo di detenzione in isolamento secondo quanto prescritto dall'art. 41 bis del codice penale per associazione mafiosa. Il 41 bis entrato in vigore dopo che lo Stato fu colpito al cuore dalla strage di Capaci e dall'attentato di via D'Amelio, rappresenta per il detenuto il punto più profondo dell'inferno carcerario, il punto di non ritorno alla realtà;un girone di dannati dove si può fare un solo colloquio al mese, e solo con i parenti di primo gradoattraverso un vetro divisorio. Un sistema detentivo dove la posta è censurata, la lettura dei libri è limitata, dove l'ora d'aria è veramente una sola al giorno e si svolge in cubicoli chiusi da una rete antielicottero. Un regime che non prevede la partecipazione del detenuto a nessuna attività culturale o di lavoro manuale.

Perrone è detenuto dal 1989 e in regime di isolamento ha passato il periodo che va dal 1992 al 2006. Questo è il contesto in cui Perrone ha scritto il suo libro senza vittimismi di sorta, ma con lo scopo di cercare di ricostruire un percorso esistenziale tragico, dalla perdita della propria giovinezza e del proprio amore, di una verginità dell'anima e del corpo, fino ad arrivare al baratro senza possibilità di ritorno.

Le parole di Perrone aiutano ad aprire delle fessure nelle maglie della così detta quarta mafia la Sacra Corona Unita, il suo libro è allo stesso tempo un racconto intimo e un documento storico-sociale.

La Puglia all'inizio degli anni ottanta era un territorio devastato dalle tangenti e dall'assenza di una qualsiasi coesione sociale. L'arrivo dell'eroina e dei fantasmi che si portò dietro diedero il colpo di grazia a quella che era stata la California d'Italia, molti giovani si bruciarono nell'attesa di una trasformazione sociale che sarebbe arrivata troppo in fretta, e senza alcun controllo, pezzi di generazione in cerca di una dose di eroina, anestetico sociale che consumava il tempo e l'energia.

Antonio Perrone è stato uno di questi giovani, il suo libro scritto in forma di diario si può considerare una terapia che l'autore stesso usa per analizzare le ragioni che da giovane borghese, benestante lo hanno portato ad essere un uomo senza futuro, per il quale il bene più importante, la libertà è ormai solo un ricordo.

Per l'elevata densità che lega il romanzo di Perrone al contesto la trasposizione cinematografica non è stata semplice, per questo motivo i registi insieme agli seceneggiatori: Marco Saura, Massimiliano Di Mino e Pierpaolo Di Mino hanno cercato di entrare nella dimensione mentale dell'autore del libro ma anche di rendere il vissuto di un contesto sociale.

I contatti dei registi con Perrone sono stati solamente epistolari e filtrati dalla censura, un contatto diretto è stato possibile solamente tre mesi fa quando Perrone è uscito dall'isolamento. La fonte maggiore cui si sono ispirati è la famiglia di antonio, in particolare sua moglie Daniela, che ha permesso di recuperare dati e fatti oggettivi, privi di filtri giornalistici e giudiziari. In conseguenza a queste difficoltà oggettive gli autori del film hanno deciso di riscrivere un loro Antonio Perrone, senza prescindere da una cosa essenziale: raccontarlo nè come una vittima nè come un eroe ma semplicemente come un uomo.

Quattro anni fa,quindi, nasceva nelle menti dei due registi l'idea di trarre un film da un diario di carcere, proprio in quel periodo usciva il loro primo lungo metraggio il docu-fiction "Italian sud-est", dove raccontavano un Salento onirico, allegorico,grottesco, ma si resero conto che mancava qualcosa di essenziale per mostrare tutti i lati del contesto salentino, il lato oscuro che a livello storico e anche giornalistico era stato rimosso,

La Sacra Corona Unita nacque negli anni ottanta in un retroterra privo di identità mafiosa, per cui la quarta mafia si può definire  una mafia postmoderna che mutuò le regole e i rituali dalle sorelle maggiori. la società del tempo non era preparata ad una crescita esponenziale di tale organizzazione e soprattutto alla rapidità con cui si manifestò, l'effetto fu devastante.

Ma il cuore del film non è tanto il contesto sociale in cui si muovono i personaggi, ma la drammatica vicenda umana di un giovane uomo. Antonio Perrone era un ragazzo come tanti, sia lui che sua moglie provenivanod a famiglie benestanti, lui aveva fatto il liceo scientifico e poi era andato a studiare psicologia a Padova, lei aveva fatto il liceo classico.

Da Padova Tonio iniziò a portare oltre alle novità discografiche anche le droghe, non era uno spacciatore patentato, ma un apostolo dello sballo e dell'edonismo, uno che non riesce ad accontentarsi di vivere in un piccolo paesino del sud, e che vede nella possibilità di andare a studiare in nord Italia un modo per fuggire alla noia e vivere una vita più divertente e fuori dalle regole, in barba alle istituzioni. Questa sua inclinazione, inserita in un periodo di sbando e di vuoto lo fa precipitare verso il baratro, non è un vero criminale, ma finisce per essre ingabbiato in un personaggio da cui non sa più uscire.

L'intento ben riuscito del film è quello di dare una fredda narrazione degli eventi, senza cadere nel tipico clichèt dei gangster films, a questo scopo viene usata la voce fuori campo del narratore della vicenda. Già perrone nel suo libro aveva usato uno stile definibile di ironico distacco. Complementare al film sarà un documentario su Daniela Perrone.

Nel film Antonio è interpretato da Claudio Santamaria, uno dei migliori attori italiani, che riesce perfettamente a calarsi in un ruolo non facile e completamente diverso da quello di Dandi, interpretato da Santamaria in Romanzo criminale, Dandi è un personaggio trasversale, politico, furbo, uno che manda avanti gli altri lui resta coperto. Antonio Perrone è completamente differente, lui è un criminale atipico, ha fatto questa scelta ma poteva farne altre mille, &egrav
e; uno che rilancia sempre, che non ha paura. Da un punto di vista iconografico comportamentale e espressivo
 il personaggio di Tonio attraversa tre fasi: la prima il periodo universitario con la faccia pulita, l'espressione bonaria, la seconda quella dello sballo, dei festini e delle rapine, i soldi facili, l'espressione allucinata, e la terza quella dell'affiliazione alla S.C.U. viso indurito, sguardo inqueto, apparente freddezza, i baffi si allungano.

Daniela è interpretata da Valentina Cervi, che ha voluto portare sullo schermo la Daniela moglie e madre, la Cervi per prepararsi al ruolo e coglierne l'essenza ha visto e rivisto dei filmati di Daniela.

Bravi anche gli attori non protagonisti in particolare Daniele Pilli nel ruolo di Gianfranco, un criminale che Antonio fa evadere per organizzare insieme a lui il controllo delle bische del luogo, e Giorgio Careccia anche lui già visto in Romanzo criminale nel ruolo di Fierolocchio. Careccia in questo film interpreta il ruolo di Daniele, uno dei ragazzi  di Perrone che verrà ucciso da dei componenti della S.C.U. per avere osato pagare un pranzo a chi stava sopra di lui.

Santamaria e la Cervi per poter essere credibili come salentini hanno preso ripetizioni da Simone Franco, che fa un piccolo ruolo nel film, quello di un pescatore che aveva scambiato un sacchetto di eroina per della polvere da sparo e l'aveva buttata in mare.

Claudio Santamaria non avendo avuto la possibilità di rapportarsi direttamente con Perrone, né di vedere filmati su di lui, ha dovuto basare la sua preparazione al ruolo su altri fattori, oltre a leggere il libro ha guardato le foto di Antonio e ne ha studiato lo sguardo, ha incontrato Daniela cui ha rivolto tantissime domande, volte ad avere attraverso di lei una buona conoscenza di Perrone. L'attore gli ha anche scritto una lettera mai spedita, in cui parlava del suo percorso artistico, delle  scuole di recitazione che ha frequentato, dei libri in materia che ha letto. Questa lettera è servita a Santamaria per entrare pienamente nel ruolo, per lui è stato duro interpretare un personaggio come Perrone, perchè sentiva una forte responsabilità nei confronti dei familiari.

In questo film, al contrario di quanto si usa di solito fare nelle fiction, dove si distingue il bene dal male, il buono dal cattivo, il bianco dal nero, si è invece in una zona grigia, lo stesso Antonio, probabilmente non si accorse di quali tragici meccanismi si stavano innescando, e che si stava rovinando la vita.

La volontà dei registi è stata quella di realizzare un film freddo quasi documentaristico, all'uopo è venuta incontro la voce narrante fuori campo.

Il produttore Amedeo Pagani ha sottolineato una venatura  espressionistica del film nel dare spazio ad un aspetto violento del Salento, che si esplica nelle maschere facciali di Nasino interpretato da Ippolito Chiariello e Il bello interpretato da Ugo Lops, i personaggi più neri del film a cui Antonio si rivolge per affiliarsi alla S.C.U.

Il film oltre a un titolo ha anche un sottotitolo: Paradiso perduto, Antonio e Daniela come due novelli Adamo ed Eva perdono la loro libertà, giovinezza, e serenità, per mangiare il frutto proibito, quello che fa sballare,fa perdere la ragione fino a cadere nel baratro. Una nota di colore che mi ha colpito è la forte presenza  di papaveri, che sono dei fiori bellissimi ma che muoiono subito.

Fine pena mai potrebbe essere diviso in piccoli film tematici: l'amore tra Antonio e Daniela, lo sballo, l'affiliazione alla S.C.U., la tragedia finale con l'arresto.

La scena iniziale del film è l'arrestod i Antonio che si conclude con una ripresa del mare notturno, nero, infinito, quasi magmatico, il film procede per flashback fino a tornare all'apice della tragedia, i titoli di coda scorrono su un mare denso, buio. Il buio del vuoto, dell'assenza che Antonio voleva scongiurare, uno sei suoi crucci era quello di lasciare soli la moglie e i figli.

L'uscita di Fine pena mai è stata accompagnata da un tour che i registi, Claudio Santamaria e gli sceneggiatori hanno fatto per varie librerie della penisola per presentare il libro Vista di interni, e del quale l'attore ha lettod ei brani. A Roma sono approdati il 5 marzo, l'evento si è svolto alla Libreria del cinema, in questa occasione è intervenuto anche il dott. Salvi, magistrato salentino, che ha paragonato il libro di Perrone ad un Romanzo Criminale visto dall'interno, quindi con tutte le restrinzioni del caso.

Lo scopo del libro è quello di ripercorrere i fatti che hanno portato Antonio a compiere una scelta di vita inconsapevole, ma che si andava consolidando giorno per giorno. Le pagine del libro hanno una forte valenza evocativa, specialmente nei passi in cui Antonio parla della mancanza del rapporto con il figlio.

Ruben me lo ha chiesto di nuovo "quando torni papà?" come se tra noi due ci fosse chissà quale legame, come se chissà quali ricordi avessimo in comune, è mio figlio d'accordo ma io non l'ho neanche visto nascere. Quando è nato Ruben ero già in galera da un mese. Lela però è stata brava si è inventata di tutto per farmi voler bene da Ruben, e quando il bambino ha iniziato a fare domande su suo padre gli ha raccontato delle bellissime fole, ha inventato dei bei ricordi con cui addomesticarlo "ti prego addomesticami diceva la volpe al piccolo principe"

A.Perrone

O anche quando scrive della paura di perdere il tatto, e lo ritrova avvicinando in cortile un gatto, piano piano per non farlo scappare.

Senza giustificare le sue azioni leggendo il libro di Perrone, con un po' di attenzione e senza preconcetti, si può scorgere un'inquietudine propria di molti ragazzi, non necessariamente poveri, cresciuti nei piccoli paesi, dove ci si potrebbe annoiare, in alcuni di essi potrebbero esserci dei germi simili a quelli che aveva Perrone da ragazzo, proprio per quel senso di ribellione che ti porta a distinguerti dalla massa, alcuni prendono la via sbagliata e finiscono in un buco nero

Fine pena mai sono le parole che descrivono lo stato d'animo di coloro cha hanno perso la libertà, e tutto ciò che essa concerne, per sempre

                                         Miriam Còmito 

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